La questione del dialetto

Credo sia evidente a tutti che la polemica sul dialetto degli ultimi mesi (in agosto la proposta di insegnarlo a scuola, recentemente la richiesta di ufficializzarne l’uso in Consiglio Comunale) è strumentale: in realtà è un’ennesima attacco contro lo stato nazionale, che l’attivismo della Lega cerca di disgregare sempre di più; basterà ricordare le polemiche sull’inno nazionale (Va Pensiero invece di Fratelli d’Italia), sul tricolore (da mettere al cesso), sulle gabbie salariali, sul Risorgimento, eccetera.

Per chi come noi è stato da sempre abituato a parlare il dialetto della propria terra e ritiene che esso rappresenti un patrimonio di straordinario valore (anche di arricchimento della lingua italiana!), è veramente amaro constatare come ci sia qualcuno che usa l’arma del dialetto per semplice interesse politico.

Nell’assoluto silenzio degli ex AN, che pur del concetto di Nazione a parole si dichiarano strenui difensori, si continua ad erodere ogni simbolo dell’unità nazionale.

Nel frattempo un primo risultato è già stato ottenuto: l’AVS (il Club Alpino Altoatesino) ha già tolto tutti i cartelli bilingui (italiano e tedesco) di indicazione dei sentieri alpinistici e li ha sostituiti con cartelli solo in tedesco, alla faccia dei turisti che il tedesco non lo sanno (volete l’autonomia anche linguistica: eccovela servita!).

 

Ma veniamo al merito: come già detto, siamo da sempre favorevoli alla promozione ed alla valorizzazione del dialetto, e proprio per questo pensiamo che renderne lo studio obbligatorio possa essere negativo e controproducente. Va promosso e sostenuto, ma renderlo obbligatorio, magari a scapito della già scarsa conoscenza della lingua italiana, renderebbe i veneti ancora più deboli culturalmente e politicamente nei confronti degli altri popoli, resterebbe solo la macchietta del veneto che sa dire solo: ”Ostregheta, ciò!”

C’è anche un problema pratico: quale dialetto veneto insegnare?

Uno diverso per ogni provincia? Non basterebbe: le differenze emergono persino da vallata a vallata. Tanto per esemplificare: bisognerà dire zobia o zioba, uncò o ancuo, chi o ci ?

E poi, autonomia per autonomia, identità per identità, perché mai io che sono di Vicenza dovrei avere come inno nazionale una musica scritta da un tizio nato dalle parti di Parma?

Va pensiero”? Ma non se ne parla nemmeno: se un inno nostro dovremo avere, non potrà essere altro che “Me compare Giacometo”.