La battaglia del crocifisso.

La recente sentenza della Corte di Giustizia, che condannerebbe l’Italia a togliere i crocifissi dalle scuole pubbliche, ha scatenato una serie di polemiche.

I cattolici evidentemente si ribellano.

 

 Anche se Don Milani, quando faceva scuola nella parrocchia di Calenzano, metteva nel cassetto il crocefisso per rispetto delle convinzioni di ciascuno dei suoi studenti.

La cattolicissima Baviera ha dichiarato “illegittima l’affissione obbligatoria del crocifisso nelle aule scolastiche della Baviera per l’influenza sugli alunni obbligati a confrontarsi di continuo con siffatto simbolo religioso”.

E i non cattolici: certo, alcuni ricordano che già una sentenza della Corte di Cassazione (italiana!) nel 2000 affermava che “la presenza del crocifisso, elemento distintivo di una religione, viola l’art.3, comma 1 del testo costituzionale. Pertanto la richiesta di esporre i crocifissi in edifici pubblici non solo era illegittima, ma anche incostituzionale”. 

Ma altri ribattono che il crocifisso non è più o non è solo un simbolo religioso, ma un simbolo anche laico, che “caratterizza la cultura europea” (M. Cacciari), “è il segno del dolore umano, della solitudine nella morte, del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo" (Natalia Ginzburg)

Tolstoj o Gandhi non credevano alla divinità di Gesù Cristo, “ma consideravano il crocifisso un simbolo, un volto universale dell’umanità, della sofferenza e della carità che la riscatta” (C. Magris) Insomma, la questione è complessa e forse al di sopra delle nostre modeste possibilità. 

La tradizione e cultura in cui siamo cresciuti ci spingono naturalmente a schierarci per un mantenimento del crocifisso, come immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, anche di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) . 

Ma osservando lo zelo con cui alcuni nostri importanti concittadini ostentano una fervida difesa del crocifisso, ci viene spontaneo augurarci altrettanto zelo da parte loro anche nell’approfondire i contenuti di una religione che ha due grandi oggetti: l’amore per Dio e quello per il prossimo.E’ per testimoniare fino in fondo agli uomini questo amore per Dio e per il prossimo che Gesù Cristo ha accettato di immolarsi sulla croce.

Ma chi è il nostro prossimo? Gli abitanti della Samaria erano per i giudei molto peggio che extracomunitari: nemici addirittura. Eppure Gesù indica proprio uno di loro (il buon samaritano) come esempio di prossimo da amare assieme a Dio. Assistiamo oggi a strenue (a volte esagitate) difese del crocifisso: bene, bravi, siamo con voi!

Ma poi ci ricordiamo che costoro sono gli stessi che il loro prossimo lo trattano perseguitandolo con leggi razziali, con restrizioni dei parametri di idoneità alloggio, con respingimenti in alto mare o lunghe detenzioni nei centri di smistamento.

E ancora: quelli che difendono il “simbolo della nostra religione” fanno bene, benissimo; ma perché poi vanno in camicia verde sul Monviso a venerare il Dio Eridano di Bossi? Calderoli e Castelli tuonano: “Giù le mani dal crocifisso!”, e come mai si sono sposati con rito celtico?

Se poi arriva il Presidente del Consiglio, e si atteggia a difensore della fede, dei valori tradizionali, della famiglia, del matrimonio, della fedeltà, proprio lui, beh, allora ci viene da dire: ”Vai avanti tu, che a me, mi scappa da piangere!”