Giornale di Vicenza, Il "" Data: 07/05/2010 

IL LIBRO. Il giornalista Sergio Frigo ha scritto un volume che esamina la “rivoluzione Lega” sotto il profilo delle attese e dei traguardi della generazione dei cinquantenni «Vorrei essere leghista, ma proprio non riesco»
Antonio Di Lorenzo Gian Marco Mancassola
Gli interrogativi di un “intellettuale progressista” che si vede sorpassato da una realtà sociale che non riesce a comprendere Venerdì 07 Maggio 2010 CULTURA, e-mail print
Non è solo un libro di politica (“Caro Zaia, vorrei essere leghista ma proprio non ci riesco”, Edizioni Biblioteca dell'immagine, 165 pagine, 12 euro) ma una riflessione generazionale.

Di quella generazione composta oggi da cinquantenni, nati nell'ottimismo dell'era atomica, cresciuti nell'entusiasmo per la conquista dello spazio, che hanno attraversato la rivoluzione del '68, vissuto la pesantezza degli anni di piombo, e poi il riflusso, il neoboom degli anni Ottanta, Tangentopoli, la globalizzazione e la crisi del Terzo Millennio.... e che adesso si ritrovano sulla Luna. È quasi una vendetta della Storia, perché il mondo attorno a loro sembra la scenografia di Blade Runner, dove il pianeta pullula di televisioni, replicanti, sushi freddo, e le auto volano in cielo anziché correre sulle strade. C'è assieme amarezza, problematicità, ansia di capire il presente e di elaborare il futuro nel volume che Sergio Frigo, giornalista e scrittore, caposervizio cultura al “Gazzettino”, dedica al fenomeno Lega & Nordest. Che questa volta è indagato da un'altra prospettiva: non è quella del sociologo nè del politologo, ma quella più personale di chi era convinto di aver raggiunto un traguardo nella vita - a lungo sognato dalle generazioni precedenti - che adesso scopre superato. «Siamo esuli in patria», scrive citando un'immagine di Ilvo Diamanti. Ma quando è avvenuto il sorpasso? E perché? Cosa mi sono perso? sembra chiedersi l'autore, che si sente straniato da questo contesto. Ma non lo rifiuta, lo vuole capire: «Noi che abbiamo studiato un po', noi lungimiranti dallo sguardo corto, noi progressisti diventati nostro malgrado conservatori (...) ci chiediamo se siamo finiti, un'altra volta, dalla parte sbagliata della storia». Guccini cantava in una vecchia canzone: «Son della gente mia il primo che ha studiato...». La laurea, la cultura come obiettivo di crescita sociale. È ancora un valore condiviso? Frigo ammette di far parte di “quel ceto medio intellettuale e progressista fatto di insegnanti, professionisti, operatori del sociale, giornalisti, molti sacerdoti che hanno visto il loro patrimonio di ragionamenti politicamente corretti, di ideali generosi, di impegno civile pesantemente strapazzato alle elezioni”. “Caro Zaia, quel popolo di cui ritenevamo essere parte viva e ascoltata - scrive - adesso ascolta soprattutto voi”. Una volta gli operai votavano falce e martello: adesso uno su due vota Lega. Perché? Frigo indaga come Montalbano e mentre Camilleri fa parlare poco il suo commissario, lui usa il tono della lettera (“Caro Zaia....”) per esprimere le sue riflessioni. Sono articolate in una serie di capitoletti, agili e - naturalmente - scritti con profondità e brillantezza. Con onestà, Frigo elenca una serie di motivi delle sconfitte elettorali del centrosinistra: litigiosità, inconcludenza, astrattezza, incoerenza, autocompatimento, elitarismo... «Quello che ci disturba di più, nella nostra sconfitta, è sperimentare quell'insignificanza culturale e sociale che per secoli ha risparmiato le classi intellettuali». Spiega anche perché la Lega vince. Sostanzialmente perché gli intellettuali, dalla Rivoluzione Francese in qua, hanno sempre lanciato questo messaggio al popolo: “Siate come noi, perché siamo noi la vostra avanguardia”. Adesso accade il contrario: «Voi, caro Zaia, sapete comprendere, coinvolgere, mobilitare e rappresentare quelle stesse fasce sociali senza nemmeno bisogno di tanti sforzi e di tante analisi. Voi dite: “Noi siamo come voi”. E siete credibili». Frigo non risparmia neanche i miti della sua generazione e del progressismo: «Sbaglia Umberto Eco quando definisce il leghismo “la storia di un movimento che non legge”: magari poco e male, ma anche voi leggete». E mentre leggono sanno anche “cavalcare la società arrabbiata”. Supportato da una serie di interviste (da Galan a Zanonato, da Jean Léonard Touadì a Sandy Cane, primo sindaco leghista di colore) il libro non si conclude in chiave depressiva: «Nonostante le troppe frustrazioni, noi “popolo di sinistra” ci siamo ancora», ammette orgoglioso. Però Frigo lancia a Zaia e alla Lega tre sfide. Prima. «La semplificazione culturale di cui siete fautori rende difficile a mio parere interpretare adeguatamente la società sempre più complessa e articolata in cui ci troviamo a vivere». Seconda. «L'esaltazione del locale vi fa perdere di vista l'importanza del globale. Basta vedere la vostra resistenza al coinvolgimento di forze armate italiane nelle missioni internazionali di peace-keeping». Terza. «Voi difendere il locale. Ma la nostra società sceglierà di restare asserragliata per sempre dentro i propri confini dopo aver sperimentato il brivido della libertà senza appartenenza?». Il dibattito è aperto. Anatomia di un fenomeno: l'altra metà del cielo leghista. Sono le camicette verdi, tacchi e foulard con il sole delle Alpi, le soldatesse del generale Bossi schierate in prima linea nei Comuni, nelle Province e in parlamento per dimostrare come governa la Lega, perché il senatùr non guarda in faccia nessuno, «punta sui cavalli che sanno galoppare e non importa se siano donne o uomini». Da Sandy Cane, sindaco “coloured” di Viggù, quella dello slogan “Yes, we Cane”, alla biondissima Francesca Martini, sottosegretario alla Salute che sfida la “Gomorra dei canili”; da Francesca Zaccariotto, presidente della provincia di Venezia, che a San Donà di Piave «ha messo più fiori che telecamere», a Emanuela Munerato, la Cenerentola di Lendinara, l'operaia del Polesine eletta in parlamento dopo una campagna elettorale in bicicletta. Al termine di un viaggio durato 80 giorni, Cristina Giudici, firma de [FIRMA]Il Foglio e Grazia, ci ha consegnato i ritratti delle Leghiste. Pioniere di una nuova politica (Marsilio editore, 173 pagine, 13 euro), uno di quei libri che un po' per fortuna, un po' per fiuto, sanno presentarsi puntuali all'appuntamento con la storia, con il merito di sgrassare qualche vecchio mito e di portare alla ribalta storie e volti nuovi. Si parte da Miss Padania, inizialmente misurata con divertita curiosità e qualche grammo di imbarazzo per quel velinismo all'ingrosso, immerso nei gazebo e nelle patatine fritte. Si finisce a Montecitorio, dove la vicentina Manuela Dal Lago («veste ancora come un uomo - citiamo dal libro - con giacche tagliate dritte, scarpe basse e capelli corti ingrigiti») consegna al taccuino dell'autrice l'essenza del leghista di origine protetta: «Insomma, dai, a Vicenza si sta meglio». Già, perché in questa galleria assemblata da Trieste a Roma, le donne del Carroccio offrono il lato migliore nel loro habitat naturale: ala guida dei loro territori, in mezzo alla gente, padrone a casa loro. La cifra espressiva delle mulieres federalistae è la fascia (tricolore, almeno quella) del sindaco: contatto diretto con i cittadini, strumenti snelli come le ordinanze, dimostrazione pratica, senza alibi, di come le quote rosa siano un'astrazione politica, contano solo i numeri e i fatti: «Un compagno di partito mi ha detto che per fare carriera i maschi devono andare tutti a farsi operare a Casablanca», per dirla con il dolce stil novo offerto da Milena Cecchetto, sindaco rosaverde di Montecchio Maggiore, autentico ciclone amministrativo, schiacciasassi dialettico che confessa candidamente di essere single perché gli uomini sono sconcertati davanti alla sua irruenza. Maria Rita Busetti, sindaco di Thiene, viene dipinta come una che si diverte da pazzi a guidare una giunta monocolore, con il Pdl all'opposizione: «E sono contenta perché, I'm very sorry, a me i berlusconiani non piacciono. Hanno confuso l'ideale liberale con il libertinaggio». Non si poteva fare a meno di un sano e robusto celodurismo d'antan in chiave femminile. Ancora Busetti: «Il mio comandante della polizia, che è un romagnolo, un giorno mi ha chiesto: ma perché più siamo bastardi e più i cittadini ci applaudono? A Thiene funziona così: più regole impongo, più loro sono contenti». Là fuori è una giungla, come sa bene Manuela Lanzarin, sindaco e parlamentare: «Nessuno ti regala niente, gli spazi vanno conquistati, anzi presi, ma insomma ci siamo meritate tutto quello che abbiamo». Per «sfiorare il famoso tetto di cristallo, con ruoli sempre più strategici», qualche volta occorre combattere con le unghie. Laccate verde padano, ovvio.